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Il calore che manca

Il calore che manca

La ricerca di un appartamento in Alto Adige può sembrare una corsa a ostacoli impossibile e, soprattutto in inverno, si trasforma in una gara contro il tempo e il freddo. Giulia Hillebrand, assistente sociale di zebra., parla di un problema sempre più grave – anche per le persone con origini migratorie.

Testo: Giulia Hillebrand

Foto a sinistra: Pexel - Jakub Zerdzicki

Un articolo del giornale di strada zebra. del dicembre 2025.


Carenza di alloggi, emergenza abitativa – sono termini ormai così familiari da essere entrati quasi nel nostro lessico comune. Quasi ogni giorno i media locali raccontano le difficoltà nel trovare un'abitazione a prezzi accessibili in Alto Adige. Parliamo di un problema che riguarda tutte le fasce della popolazione, dalla giovane coppia al pensionato fino al gruppo di studenti e studentesse fuori sede.

Oggi, più che una ricerca di alloggio, sembra di assistere alla corsa per accaparrarsi un biglietto per un concerto di Taylor Swift: appena compare l’annuncio, tutti ci si fiondano. Uno scenario fin troppo familiare per molti. Cercare casa, ormai, assomiglia sempre di più a una corsa a ostacoli. Ma cosa accade quando questa corsa si trasforma in una fuga dal freddo che avanza senza tregua? Quando l’alternativa all’appartamento trovato è la vita in strada, tra neve e notti gelide? Quando l’obiettivo sembra sempre più irraggiungibile mentre altri si rifugiano nelle loro stanze calde, davanti al fuoco del camino? È esattamente la condizione in cui si trovano tante persone altoatesine, soprattutto se provenienti da Paesi terzi. Ogni passo, che per residenti da Paesi dell’Unione Europea richiede già sforzi considerevoli, si trasforma per loro in un’impresa di Sisifo.

Torniamo al punto di partenza: si cerca un alloggio accessibile. I canali abituali per trovarne uno sono i portali immobiliari online oppure le reti di conoscenze personali. Chi non dispone di una rete sociale regionale si trova automaticamente escluso da un mercato immobiliare che funziona spesso attraverso il passaparola. Eppure, anche gli annunci online diventano un incubo per chi non padroneggia sufficientemente almeno una delle lingue ufficiali. Per superare questo ostacolo molti*e migranti quindi cercano aiuto presso colleghi*e o associazioni. Ma persino con una candidatura impeccabile – perché oggi somiglia più ad una candidatura – si va a sbattere contro un altro muro: il pregiudizio.

La concorrenza è infatti altissima e composta in gran parte da candidati*e “locali”. Di fronte a una lista infinita di persone, le domande di chi non proviene dall’Alto Adige spesso finiscono subito nel cestino. Troppo forte la paura di affitti non garantiti o di conflitti culturali con altri*e inquilini*e. Una paura comprensibile alimentata da casi reali di proprietari*e alle prese con morosità protratte o danni agli immobili, che però porta a una generalizzazione pericolosa e un sospetto collettivo. È questo uno degli aspetti della cosiddetta discriminazione immobiliare. Le conseguenze per chi la subisce sono pesantissime. In Germania, per esempio, un’indagine condotta da BR e Spiegel Online ha dimostrato che chi porta un nome straniero ha significativamente meno possibilità di ottenere un appartamento, anche senza un incontro di persona. Anche in Italia, vari sondaggi hanno evidenziato dinamiche simili: in particolare proprietari*e privati*e spesso rifiutano inquilini*e stranieri*e proprio per il fatto di essere stranieri*e oppure chiedono garanzie aggiuntive e spesso impossibili da soddisfare, come una fideiussione. Il risultato è che persone con background migratorio, soprattutto di origine africana, vivono più del doppio delle volte in alloggi sovraffollati rispetto al resto della popolazione italiana e sono spesso costretti*e a condividere spazi ristrettissimi per anni, senza un contratto regolare. Uno scenario che ha conseguenze ben più gravi della semplice mancanza di alloggio. Perché una casa non è solo un’abitazione: è un luogo dove sentirsi liberi*e, dove mettere radici e far crescere i propri figli. È un passo fondamentale del processo di integrazione.

©Canva Aflo Images

Una casa non è solo un’abitazione: è un luogo dove sentirsi liberi, dove mettere radici e far crescere i propri figli.

Chi per anni non riesce a trovare un appartamento in genere resta intrappolato*a in un circolo vizioso invisibile, una sorta di limbo che frena lo sviluppo personale e sociale. Senza uno spazio dove costruire la propria quotidianità, senza un ambiente in cui i figli e le figlie possano entrare nelle attività ricreative locali, senza un focolare accogliente a cui tornare, è impossibile diventare parte integrante della società. Eppure, questo è ciò che desidera la maggior parte delle persone con background migratorio: avere finalmente un luogo dove sentirsi parte di qualcosa che assomigli a una patria.

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