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Violenza di genere

Violenza di genere Un articolo del giornale di strada zebra.

In Italia, il 31,5% delle donne di età compresa tra i 16 e i 70 anni ha subito molestie, violenza fisica o sessuale almeno una volta nella vita. Agnese Gaia racconta.

Testo: Agnese Gaia
Grafica: Claudia Preziuso

Un articolo del giornale di strada zebra. del settembre 2023


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16 anni. Un autobus gremito, a Genova. Quel giorno, su quell’autobus, un uomo sulla sessantina mi infilò la mano tra pantaloni e mutande. Ci misi alcuni secondi a capire cosa stesse accadendo, talmente eravamo pigiati gli uni agli altri. Quando realizzai, non urlai e mi allontanai. Il mio primo pensiero fu che, non avendo capito subito, allora forse avevo permesso a quell’uomo di pensare che fossi consenziente. Provai vergogna (ancora oggi, a distanza di 25 anni, mi chiedo il perché) e l’unica cosa che seppi fare fu scendere dall’autobus non appena le porte si aprirono, anche se non era la mia fermata.

Quel giorno, su quell’autobus, rientrai anche io nelle statistiche italiane su molestie e violenze sessuali.

In Italia, il 31,5% delle donne di età compresa tra i 16 e i 70 anni ha subito molestie, violenza fisica o sessuale almeno una volta nella vita (dati Istat e del Ministro della Salute pubblicati a Novembre 2022).

Oltre ai dati, oggettivi e vergognosi, oltre all’aberrante realtà dei fatti, in Italia abbiamo un altro grandissimo problema: la narrazione dei fatti.

Il figlio del Presidente del Senato viene accusato di stupro (e sappiamo che deve essere considerato innocente fino al terzo grado di giudizio) e le prime parole pronunciate dal Presidente del Senato sono: “Lascia oggettivamente molti dubbi il racconto di una ragazza che, per sua stessa ammissione, aveva consumato cocaina prima di incontrare mio figlio.”

A quanto pare, per la terza carica dello Stato, se la vittima ha assunto cocaina allora lo stupro non sarebbe più tale.

Sullo stesso tema, si è  sentito in dovere di esprimersi anche Filippo Facci, giornalista del Servizio Pubblico, il cui programma è stato cancellato dalla Rai subito dopo: "Una ragazza di 22 anni era indubbiamente fatta di cocaina prima di essere fatta anche da Leonardo”, ha commentato, con innegabile eleganza e rispetto. Restando in tema di Servizio Pubblico, a metà luglio, durante la finale dei mondiali di trampolino sincronizzato femminile, su Rai Play2 è andato in onda uno spettacolo indegno, e non certo per le qualità sportive delle atlete. I due telecronisti, Leonarduzzi e Mazzucchi, hanno a più riprese commentato lo spettacolo sportivo così: “Questa si chiama Harper, è una suonatrice d'arpa. Come si suona l'arpa?" "La si tocca?" "La si pizzica". Per scadere in commenti squallidi e gravissimi: “Si la do”. "È questo il vantaggio, gli uomini devono studiare sette note, le donne soltanto tre, Si La Do”. E ancora, riferendosi all’atleta azzurra Giulia Vittoriosi “Grande eh” “Sì, tanto a letto sono tutte uguali”.

Queste narrazioni costituiscono un fatto non tollerabile che poggia sulla assoluta percezione di normalità e “innocenza” delle stesse. Tali racconti e boutades sono talmente percepiti come normali e senza conseguenze, che quando il colpevole è messo dinnanzi ai fatti, quando gli si chiede se si sia reso conto di quanto ha appena asserito, la reazione più diffusa è lo stupore, immancabilmente seguito da un “E dai, fattela una risata però”.

E invece no. Non c’è nulla di cui ridere.

Perché ogni volta che una narrazione getta ombre sull’episodio di violenza, perché la donna aveva la minigonna o aveva assunto cocaina, è in quel momento che la violenza si ripete.

È in quel momento, che la vittima viene infangata e la gravità di ciò che ha subito è ridimensionata.

È in quel momento che una ragazzina sceglierà di stare in silenzio.

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