Piccolo contro grande
Mentre le grandi catene commerciali continuano a crescere, i piccoli negozi di paese fanno sempre più fatica a restare aperti. Eppure, in Alto Adige stanno nascendo iniziative che dimostrano come l’approvvigionamento locale possa essere organizzato in modo diverso: su base regionale, partecipata e come alternativa concreta al commercio su larga scala.
Testo: Lisa Frei
Foto a sinistra: © BGO
Un articolo del giornale di strada zebra. del marzo 2026.
Raramente un piccolo negozio chiude dall'oggi al domani. Più spesso è un lento declino: orari ridotti, scaffali meno forniti, un cartello sulla porta e poi l’ultimo giorno di apertura. Anche in Alto Adige, come in altre regioni, il commercio al dettaglio sta cambiando. Secondo i dati di ASTAT e WIFO, sul territorio provinciale restano circa 4.580 esercizi commerciali – meno rispetto a dieci anni fa – mentre la superficie di vendita complessiva è aumentata. In altre parole: meno negozi, ma più grandi. Il mercato si concentra. Dietro questa trasformazione non c’è solo una questione di efficienza. Le grandi catene dispongono di un forte potere contrattuale, comprimono i prezzi di acquisto, uniformano gli assortimenti e impongono condizioni che mettono sotto pressione produttori e fornitori. Il dumping dei prezzi diventa una leva competitiva, ma il costo reale si distribuisce lungo la filiera: lo pagano agricoltori, lavoratrici e spesso anche l’ambiente. Trasporti su lunghe distanze, imballaggi elevati e prodotti standardizzati fanno parte di un modello orientato al mercato globale più che ai circuiti locali.
Per i piccoli negozi competere in questo contesto è difficile. Il WIFO segnala che circa il 22% degli esercenti giudica la propria situazione economica problematica, con un impatto maggiore sulle realtà di dimensioni ridotte. Secondo la Camera di commercio dell’Alto Adige, inoltre, circa un’attività su cinque non viene rilevata quando il titolare va in pensione: mancano successioni e prospettive economiche. A questo si aggiungono l’aumento dei costi energetici e del personale, la burocrazia e la concorrenza dei grandi formati. In un comunicato diffuso a gennaio di quest'an-no, anche l'associazione hds-unione ha parlato di una pressione strutturale crescente sulla rete di prossimità.
Ma quando un negozio chiude, non si perde solo un punto vendita.
Si perde un luogo di incontro, uno spazio dove scambiare informazioni, chiedere consiglio, mantenere relazioni. Per le persone anziane, per chi non ha un’auto o vive in zone periferiche, la prossimità dei servizi non è un lusso ma una condizione di autonomia. Ridurre le distanze significa anche ridurre traffico ed emissioni, rafforzando al tempo stesso la coesione sociale.
In questo scenario, diverse realtà locali stanno cercando nuove strade. Cooperative, gruppi di acquisto solidale, negozi di paese ripensati: sono modelli piccoli nelle dimensioni ma ambiziosi negli obiettivi. Queste realtà non si limitano a vendere prodotti, ma provano a costruire filiere più corte, relazioni più dirette e una responsabilità condivisa. In tutta la provincia, persone e comunità stanno provando a riportare la distribuzione di base sotto il controllo del territorio, trasformando una necessità in un’opportunità di innovazione sociale.
GAS – Acquisto solidale e diretto
©Lisa Frei
GAS significa Gruppo di Acquisto Solidale. In tutta Italia, Alto Adige compreso, gruppi di persone si organizzano per acquistare direttamente dai produttori, senza intermediari. L’obiettivo è chiaro: maggiore trasparenza, prezzi equi, filiere corte, meno imballaggi e, quando possibile, qualità biologica.
I gruppi si incontrano periodicamente per pianificare gli ordini e confrontarsi sui prodotti; poi la comunicazione prosegue via e-mail o tramite messaggistica. Ogni membro del gruppo si assume la responsabilità di uno o più prodotti, mantiene il contatto con i produttori e coordina ordini, ritiri e pagamenti. Il rapporto diretto è centrale: chi partecipa conosce le stagioni, le difficoltà e le novità delle aziende fornitrici.
L’offerta è ampia e varia: frutta, verdura, olio, formaggi, riso, cereali, carne, legumi, ma anche cosmetici naturali e detergenti. I prodotti provengono dall’Alto Adige, dal resto d’Italia e in parte dall’Austria. L’acquisto non è solo un atto di consumo, ma un’attività condivisa che crea relazioni e rafforza la solidarietà.
Ginko – Fare la spesa e rafforzare la comunità
©Julia Dalsant
La cooperativa di cittadine e cittadini Ginko è nata nel 2022 a Merano dall’iniziativa di donne con percorsi diversi, accomunate dalla volontà di orientare l’economia a criteri di sostenibilità, responsabilità sociale e partecipazione.
Il progetto principale è l’apertura di un nuovo negozio in un locale finora sfitto nel quartiere Maria Assunta. L’idea non è soltanto quella di offrire generi alimentari, ma di creare uno spazio di incontro nel quartiere. L’assortimento prevede soprattutto prodotti biologici e regionali. Inoltre, è in programma anche un piccolo reparto dedicato alla moda sostenibile e una collaborazione con un’iniziativa di upcycling.
Particolare attenzione viene dedicata alla scelta dei produttori, privilegiando filiere corte e condizioni di produzione dignitose. Accanto al negozio sorgerà uno spazio multifunzionale destinato a incontri, laboratori e attività aperte alla cittadinanza, con l’obiettivo di rafforzare i legami nel quartiere.
La nuova prossimità: digitale e sempre accessibile
©Lelocal
Nella frazione di Enneberg Pfarre, a circa cinque chilometri da San Vigilio, a fine aprile aprirà un negozio self-service completamente digitalizzato. “Le Local”, promosso dalla cooperativa Por Mareo, rappresenta una novità per un paese di circa 850 abitanti che da dieci anni non dispone più di un negozio alimentare.
Il punto vendita, realizzato in struttura modulare, sarà aperto sette giorni su sette, 24 ore su 24, e funzionerà senza personale. Gli acquisti avverranno tramite carta, self check-out, touchscreen o app. L’offerta comprenderà beni di prima necessità e prodotti regionali. L’obiettivo è garantire un servizio stabile, soprattutto per persone anziane, famiglie e residenti senza auto, in un contesto rurale dove le distanze incidono sulla vita quotidiana.
Cooperativa DA – Economia comunitaria
©BGO
La cooperativa di comunità Alta Val Venosta DA è stata fondata nel 2016 da circa 40 persone e oggi conta circa 200 soci, 18 dipendenti e numerosi*e volontari*e. La sua attività non si limita alla distribuzione di beni, ma punta a mantenere e sviluppare infrastrutture locali che rischierebbero di scomparire.
Un esempio significativo è il caseificio biologico di Prato allo Stelvio, rilevato nel 2019 e oggi attivo nella produzione di formaggi biologici. A questo si affiancano il caffè culturale Salina a Glorenza, un modello di albergo diffuso, mercati regionali e la collaborazione con circa 40 aziende agricole biologiche del territorio. La cooperativa si propone come piattaforma di coordinamento per progetti che coniugano sostenibilità economica, ambientale e coesione sociale.
Le Botteghe del Mondo in Alto Adige
©Anna Mayr
In Alto Adige sono attive 16 Botteghe del Mondo, alcune presenti da oltre quarant’anni, altre più recenti. Il loro nucleo resta il commercio equo con il Sud globale: prodotti alimentari, cosmetici e artigianato importati nel rispetto di criteri certificati e relazioni commerciali stabili.
Negli ultimi anni molte botteghe hanno affiancato ai prodotti del commercio equo anche articoli regionali, come alimenti biologici o trasformati locali. Questa scelta risponde alla crescente attenzione verso la filiera corta e alla volontà di coniugare responsabilità globale e valorizzazione del territorio.
Le Botteghe del Mondo sono in gran parte gestite da volontari*e e rappresentano, in molti comuni, non solo un punto vendita ma anche uno spazio di informazione e sensibilizzazione su temi come le catene di fornitura, la giustizia climatica e il consumo consapevole.
NaveS – Una risposta cooperativa alla chiusura dei negozi
©BGO
La cooperativa di approvvigionamento NaveS è nata nel 2011 in seguito alla chiusura di diversi negozi alimentari in piccoli comuni altoatesini. Il problema di fondo è strutturale: in molte località i volumi di vendita non sono sufficienti a garantire la redditività di un esercizio privato e spesso manca una successione generazionale.
Per questo NaveS centralizza organizzazione e acquisti, mantenendo però i punti vendita nei singoli comuni. Oggi gestisce 19 filiali e impiega oltre 100 persone. Una parte significativa dell’offerta è costituita da prodotti regionali, in collaborazione con agricoltori, caseifici e piccoli produttori locali. L’obiettivo è garantire la presenza di un servizio essenziale e, allo stesso tempo, rafforzare la filiera corta sul territorio.