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Un destino da riscrivere

Un destino da riscrivere

Saper leggere e scrivere è una condizione necessaria per una vita autonoma nei Paesi europei. L’esperienza di J. dimostra che in Sudtirolo è possibile impararlo da adulti, ma anche che non è scontato.

Testo: Valentina Gianera

Foto: alphabeta picadilly

Un articolo del giornale di strada zebra. del giugno 2026


J. ha 40 anni quando, per la prima volta nella sua vita, frequenta i banchi di scuola. A quel punto la donna, di origini nigeriane, vive e lavora in Sudtirolo da dodici anni. Trova lavoro soprattutto nel settore alberghiero, dove mette in ordine le camere degli*le ospiti, pulisce, sistema – e in qualche modo se la cava con l’inglese, lingua che, assieme all’igbo, ha imparato da piccola.

Per il contratto di lavoro, invece, deve fidarsi – o farsi aiutare da qualcuno: c’è la barriera linguistica, ma anche quella dell’alfabetizzazione. Per via della situazione economica della sua famiglia, in Nigeria J. non ha avuto la possibilità di imparare a leggere e scrivere.

J. non è l’unica a trovarsi in questa situazione. Nel 2002 una prima analisi condotta dal’Ufficio educazione permanente della Provincia di Bolzano rivela che molte persone con background migratorio che non riescono ad andare avanti nei corsi di lingua hanno difficoltà proprio con la lingua scritta.

Alcune, come J., non hanno mai avuto la possibilità di frequentare la scuola – una situazione rarissima nei paesi mitteleuropei dalla diffusione della scolarizzazione obbligatoria tra il XVIII e il XIX secolo. Altre hanno frequentato la scuola solo per pochi anni. Altre ancora sanno leggere e scrivere, ma utilizzano alfabeti diversi da quello latino. In alcuni casi, come per la lingua cinese, non si tratta nemmeno di un alfabeto nel senso stretto del termine.

Si crea così un gruppo molto eterogeneo, ma con un’esigenza comune: imparare a leggere e scrivere per vivere in una società in cui l’alfabetizzazione è una condizione necessaria per l’autonomia quotidiana.

Quando l’alfabetizzazione diventa una priorità

Nel 2003 la scuola di lingue alphabeta piccadilly reagisce a questa esigenza introducendo i primi corsi di alfabetizzazione per persone che arrivano da altre lingue e culture. È un’offerta nuova, nata per rispondere a un bisogno concreto e ancora poco regolamentato a livello europeo: mentre la conoscenza linguistica è codificata con precisione dai livelli QCER (dal livello A1 al C2), questo sistema dà per scontata l’alfabetizzazione.

“Le prime persone che partecipano ai corsi sono soprattutto uomini arrivati a Bolzano per motivi di lavoro”, spiega Rita Moreschini, che per alphabeta piccadilly si occupa dell’organizzazione e insegna in un corso di alfabetizzazione. Dal 2015 il target cambia: si aggiungono le persone richiedenti asilo che arrivano da Paesi come il Gambia, il Ghana o la Nigeria. Oggi, assieme a loro, ci sono anche molte donne che frequentano i corsi di alfabetizzazione. “Arrivano dall'Afghanistan, dal Pakistan, dal Bangladesch … A volte sono persone che vivono qui da molti anni e che, a un certo punto, sentono il bisogno di imparare”, spiega ancora Moreschini.

Le persone non sono una “tabula rasa”, ma arrivano in aula con la propria storia.

Le ragioni che spingono a iniziare sono diverse: percepire l’assegno familiare o altri sussidi provinciali, richiedere un permesso di soggiorno di lungo periodo o semplicemente avere più possibilità sul mercato del lavoro. Per J., invece, la spinta è stata un’altra: riuscire a seguire suo figlio a scuola. “Mio figlio incontrava molte difficoltà a scuola, ma io non riuscivo ad aiutarlo”, racconta. “Mi prendeva in giro, facendo finta di fare i compiti”.

Rendersi conto della situazione assieme agli*le insegnanti ha spinto J. a iscriversi al corso di alfabetizzazione offerto dalla scuola di lingue AZB a Merano, che ormai frequenta da due anni.

Diversamente da altre persone che provano vergogna o timidezza per la mancata scolarizzazione – e per un background che in Europa viene spesso percepito come una mancanza – J. dice di non essersi mai vergognata: “Semplicemente non ho avuto la possibilità di imparare”. Per lei la sfida non è stata quella di superare la timidezza, ma di riconoscere il valore della lingua scritta nella società in cui vive. “Quando sono arrivata in Sudtirolo le priorità erano altre”, spiega. “Avevo bisogno di lavorare e poi è nato mio figlio”.

Partendo da più lontano

Ma non è solo il primo passo – che spesso avviene grazie all’aiuto di servizi presenti sul territorio – a essere complicato. Per molte persone le vere difficoltà iniziano in classe. “C’è chi a 70 anni non ha mai tenuto in mano una matita, chi non ha imparato strategie di apprendimento scolastico e chi ha vissuto esperienze traumatiche che possono creare dei blocchi”, racconta Moreschini.

Alcune di queste difficoltà emergono anche sul piano fisico: muscoli che restano tesi per ore, occhi che faticano a seguire le parole, sintomi apparentemente inspiegabili. In un libro pubblicato nel 2014 da Edizioni Alphabeta, l’insegnante e autrice Antonia Traugott-Hajdu racconta il caso di una donna di origini turche che, durante le lezioni, soffre continuamente di emorragie nasali. Secondo Traugott-Hajdu, il sintomo nasce da un conflitto interiore della donna: parlare in classe significa andare contro un apprendimento familiare che per 55 anni le ha insegnato a non prendere la parola in uno spazio pubblico.

Per storie come queste, spiegano le insegnanti intervistate, è importante non ignorare il background linguistico, culturale e familiare delle persone presenti in classe, ma partire proprio da lì. Perché le persone non sono una “tabula rasa”, scrive ancora Traugott-Hajdu, ma arrivano in aula con la propria storia, i propri ruoli e le aspettative che vengono proiettate su di loro. E la classe, in questo senso, deve diventare uno spazio in cui sentirsi visti e accolti.

Lezione di un corso avanzato alla scuola di lingue alphabeta piccadilly di Bolzano. (C) alphabeta

Non tutti*e gli*le insegnanti di lingua sul territorio, però, se la sentono di lavorare in un contesto così delicato, spiega Giusi Stimoli, responsabile della glottodidattica e della linea pedagogica della scuola di lingue AZB. “Da un lato c’è il rischio di infantilizzare persone adulte. Dall’altro c’è il rischio dello scoraggiamento, da entrambe le parti, in un percorso che può essere molto lungo”.

Servono quindi persone con una formazione specifica, capaci di trasmettere fiducia nelle proprie competenze a chi a volte arriva ai corsi dicendo di avere “una testa che non funziona”. Una visione condivisa anche da Rita Moreschini: “Dobbiamo far capire a chi si iscrive ai corsi di alfabetizzazione che non è un dramma. Dobbiamo semplicemente partire da un po’ più lontano”.

Partire da più lontano significa anche avere bisogno di tempo. Un corso di alfabetizzazione prevede in media 120 ore distribuite nell’arco di circa due anni, prima di poter passare al livello A1. Ma i tempi e gli obiettivi possono variare molto: incidono il livello di partenza, l’età, il percorso scolastico precedente e le condizioni di vita durante il corso. “Vediamo che le persone che qui hanno una famiglia, un lavoro stabile o un progetto di vita definito fanno meno fatica a seguire il corso con continuità”, spiega Moreschini. Molti, però, vivono situazioni lavorative precarie, cambiano città o lavoro frequentemente oppure aspettano il rinnovo del permesso di soggiorno. Tutte condizioni che non facilitano l’impresa di imparare a leggere e scrivere da adulti e, in alcuni casi, portano all’abbandono del corso.

J. sottolinea soprattutto la pazienza del suo insegnante come elemento decisivo nei progressi che è riuscita a fare in questi due anni. Se fino a poco tempo fa aveva bisogno di aiuto per prenotare una visita medica o un colloquio scolastico, usare Google Maps o orientarsi con gli orari dell’autobus, oggi dice di sentirsi autonoma nella maggior parte delle situazioni quotidiane. Ed è proprio dalla quotidianità che lei e le insegnanti cercano di far partire il percorso di apprendimento, attraverso esercizi pratici: creare una mappa personalizzata della città, esplorare linguisticamente i luoghi frequentati ogni giorno o portare in aula parole sentite nella vita di tutti i giorni.

Le sfide di una società plurilingue

In Sudtirolo, però, il contesto multilingue aggiunge un ostacolo: la grande maggioranza dei corsi di alfabetizzazione viene offerta in italiano, ma non tutte le persone che li frequentano vivono circondate da questa lingua. “Chi vive a Bolzano sente e vede molto italiano, ma non è lo stesso per chi vive ad Appiano o a Bressanone”, spiega Moreschini.

La richiesta, comunque, riguarda soprattutto l’italiano: sia perché viene percepito come più semplice da imparare, sia perché è necessario per ottenere un permesso di soggiorno di lungo periodo. Per questo alphabeta piccadilly al momento non offre corsi di alfabetizzazione in tedesco, mentre la scuola di lingue AZB riferisce che "negli anni ci sono stati anche corsi in tedesco, ma quelli in italiano sono molti, molti di più”.

Un’ulteriore sfida riguarda quelle zone del Sudtirolo che, viste da Bolzano dove vengono svolti la maggior parte dei corsi, appaiono periferiche. La Val Pusteria per esempio: “Riceviamo molte richieste anche da lì”, spiega Moreschini, “ma non siamo ancora riusciti a far partire un corso”. Le persone interessate hanno orari di lavoro diversi, livelli molto distanti tra loro ed esigenze differenti. Inoltre, a causa delle risorse limitate messe a disposizione dal Fondo sociale europeo (FSE), per attivare un corso alphabeta piccadilly ha bisogno di almeno otto partecipanti.

Oggi J. dice di sentirsi autonoma nella maggior parte delle situazioni quotidiane.

Otto persone che spesso, come J., hanno una vita da mandare avanti, un lavoro e dei*lle figli*e da seguire. Impegnarsi a seguire anche un corso di lingua più volte a settimana è possibile, ma richiede una motivazione profonda. Motivazione che J. ha trovato: è convinta del valore che il corso di alfabetizzazione ha avuto nella sua vita e continua a frequentarlo due volte a settimana, dopo una giornata sana di lavoro.

Adesso la donna riesce ad aiutare suo figlio a scuola e, da quando riesce a seguirlo, racconta, anche l’atteggiamento del figlio è cambiato: “oggi a scuola va bene”, di-ce riportando con orgoglio i commenti delle*gli insegnanti. Ma oggi il significato di quello che sta imparando va oltre. “Io oggi imparo per me”, spiega J. “Perché così riesco a essere autonoma”.

Analphabetismus in Zahlen

Die allgemeine Schulpflicht wurde in Österreich (und damit auch in Südtirol) Ende des 18. Jahrhunderts eingeführt. Während primärer Analphabetismus bei in der Region geborenen Menschen seitdem als weitgehend überwunden gilt, ziehen sich verschiedene Formen von Analphabetismus durch die gesamte Gesellschaft. So wird die Zahl der funktionalen Analphabet*innen – also Menschen, die zwar Buchstaben und einzelne Wörter entziffern können, aber Schwierigkeiten beim Lesen und Schreiben haben – laut dem Amt für Weiterbildung auf etwa 12 Prozent geschätzt. Dabei handelt es sich um Personen, die zwar eine Schule besucht haben, jedoch aus unterschiedlichen Gründen nie ausreichend Lesen und Schreiben gelernt haben: etwa aufgrund fehlender Unterstützung im familiären Umfeld, traumatischer Schulerfahrungen oder anderer biografischer Faktoren.

Der Katholische Verband der Werktätigen (KVW) bietet entsprechende Weiterbildungsangebote in deutscher Sprache im gesamten Gebiet an. Die Kurse sind niederschwellig zugänglich und richten sich speziell an deutschsprachige Menschen mit geringen Lese- und Schreibkompetenzen. Der Anteil der Menschen, die gar nicht lesen und schreiben können, liegt hingegen zwischen 1,6 und zwei Prozent, wobei es sich hier vor allem um Menschen mit einem bestimmten Migrationshintergrund handelt.

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