Lavoro senza dimora
La chiusura dei dormitori “invernali” ha riportato in strada centinaia di persone, tra cui molti lavoratori. Dietro le statistiche emerge una realtà sommersa fatta di lunghi turni di lavoro, un mercato immobiliare escludente e notti senza riparo. Una condizione in cui lavoro e marginalità si intrecciano e che spesso resta fuori dal dibattito pubblico e politico.
Testo & Foto: Alessio Giordano
Un articolo del giornale di strada zebra. del maggio 2026
*I nomi sono stati modificati dalla redazione per tutelare la privacy delle persone intervistate.
In una serata di inizio aprile un vento freddo sferza piazza Municipio a Bolzano. Qui una cinquantina di cittadini e cittadine ha risposto all’appello di Bozen Solidale, realtà della società civile che sostiene e accompagna le persone senza dimora nel capoluogo. “Oggi, martedì 7 aprile, per volere dell’amministrazione comunale di Bolzano ha chiuso i battenti la sezione-lavoratori del centro Ex-Alimarket e tra una settimana toccherà alle strutture di emergenza freddo di Bolzano, Merano, Brunico e Laives: circa 200 persone si ritroveranno per strada ed entreranno nuovamente nel tunnel della precarietà e della marginalità”, dice un’attivista intervenendo al microfono.
Tra queste persone, molte lavorano. Secondo i dati della Provincia di Bolzano, sulle 986 persone “gestite” tra novembre 2025 e aprile 2026 dall’Infopoint dell’associazione Volontarius – servizio di primo orientamento e accesso ai dormitori – 202 risultano occupate. A queste si aggiungono i 57 lavoratori ancora presenti all’Ex-Alimarket al momento della sua chiusura, di cui 14 con contratto a tempo indeterminato. Si tratta di numeri che mettono in luce un fenomeno strutturale: avere un lavoro non basta a garantire un alloggio. Le cifre indicano una realtà fatta di individui che ogni giorno contribuiscono all’economia locale ma restano ai margini del diritto all’abitare. Dietro le statistiche, però, ci sono le persone. Ognuna con il proprio percorso, i propri desideri e progetti di vita. zebra. ha raccolto due storie che contribuiscono a dare volto a questa condizione.
“Fermarmi non è un’opzione”
Abdel* è seduto al tavolino di un bar, lo smartphone tra le mani. Scorre le offerte di lavoro che l’agenzia privata GiGroup gli ha appena inoltrato. Le legge con attenzione, poi sospira. “Fuori Bolzano per me non funziona”, mormora tra sé, accennando un sorriso amaro. Nella sua situazione fare il pendolare non è un’opzione: senza una casa, in una tenda lungo il fiume, anche pochi chilometri diventano un ostacolo insormontabile. Arrivato in Italia dal Marocco alla fine degli anni Novanta, Abdel ha attraversato il Paese da nord a sud, sempre alla ricerca di un lavoro: raccolta di pomodori, insalate e zucchine a Battipaglia, mercati a Reggio Calabria, cantieri a Ravenna e Torino, logistica a Reggio Emilia, pulizie a Savona. Ogni città un impiego, ogni impiego un nuovo inizio. “Spesso senza contratto e sempre senza certezze”, ricorda.
A Bolzano, è giunto nel 2021. Ha conseguito il diploma da giardiniere presso la scuola professionale e ha lavorato per due anni in un campeggio, dove aveva a disposizione anche un alloggio. Quando il contratto è terminato, ha trovato quasi subito una nuova occupazione come addetto alle pulizie e, senza più un posto dove stare, è entrato a CasaRoma100, progetto socio-educativo rivolto a uomini lavoratori. “Da quando la struttura ha chiuso, a fine anno, mi sono ritrovato di nuovo al punto di partenza”, racconta. Da quattro mesi Abdel vive lungo il fiume, in una tenda che tiene con cura quasi ostinata. “Nei dormitori ci sono stato, ma ci sono troppe persone in spazi inadeguati, mentre questo almeno è un posto tutto mio”. La notte dorme poco e il giorno non basta per recuperare le energie. “E il corpo, a cinquant’anni, non regge più come una volta”, riflette. Così ha perso il lavoro e ora è di nuovo in cerca.
Mentre beve il caffè lo smartphone di Abdel vibra sul tavolo. È arrivata un'altra notifica dell’agenzia. La apre, legge rapidamente, poi chiude il telefono. “Sempre lo stesso problema”, dice alzando gli occhi al cielo. “Mi sembra di essere il famoso cane che si morde la coda: senza lavoro non trovo casa, ma senza casa non riesco a tenere un lavoro”. Abdel ora sembra assorto, osserva le persone che entrano ed escono dal bar. Poi si rituffa nello schermo e torna agli annunci. “Continuo a cercare. Fermarmi per me non è mai stata un’opzione”.
Un giorno alla volta
Per Youssef* la notte è il momento più difficile. Quando è solo, nel buio della sua tenda lungo il fiume Talvera, il silenzio si riempie di pensieri. Il rumore dell’acqua scorre lento, ma nella sua testa tutto accelera: le domande si accavallano e anche le certezze più piccole si fanno improvvisamente fragili. Nei primi mesi in Alto Adige, il 31enne marocchino ha dormito per strada. Solo dopo una lunga attesa è riuscito ad accedere ai dormitori cittadini: prima l’ex-Inpdap di via Pacinotti, poi l’Ex-Alimarket. Soluzioni precarie, segnate da regole rigide e orari difficili da conciliare con qualsiasi tentativo di autonomia. “Non erano posti ideali, ma sempre meglio della strada”, spiega. Il 7 aprile, con la chiusura della struttura, si è ritrovato di nuovo senza una sistemazione. Da allora vive in una tenda lungo il fiume. Una condizione che richiede attenzione costante. “E così anche il riposo si fa frammentato”, dice.
Molte persone fanno parte di una classe sociale che, pur lavorando, resta senza dimora.
A gennaio di quest’anno, però, sul fronte lavorativo qualcosa è cambiato. Youssef è stato assunto da una società di sicurezza privata. Lavora su turni, spesso di notte dalle 22 alle 7. Non di rado gli capita di coprire le assenze improvvise dei colleghi, prolungando il servizio fino alle 15 del giorno successivo. “Sinceramente non mi pesa, perché in quelle ore riesco a concentrarmi sulle cose da fare e tengo la mente occupata. È una sorta di tregua dalla realtà”. L’impiego che ha trovato a Bolzano è molto diverso da quello per cui si è formato nel suo Paese. Youssef è laureato in informatica, ma in Italia il suo titolo non è riconosciuto. Nonostante ciò, continua a mettere a frutto le sue competenze: “Ho creato una piccola piattaforma di vendite online, che mi permette di guadagnare qualcosina in più”. Un’attività parallela che rappresenta anche uno spazio di autonomia e progettualità.
Resta ancora aperta la questione dell’abitare. Youssef cerca una casa, o anche solo una stanza, ma il percorso è irto di ostacoli nonostante riuscirebbe a sostenere i costi di un monolocale o di una camera in condivisione. “Telefono, rispondo agli annunci, ma spesso appena dico che sono marocchino la conversazione si interrompe bruscamente”, racconta. Nonostante tutte le difficoltà, Youssef non si rassegna. Al contrario, ha iniziato ad aiutare chi è arrivato a Bolzano dopo di lui e si trova nelle stesse condizioni: offre indicazioni sui servizi del territorio, illustra la procedura di asilo, condivide ciò che ha imparato in questi anni. “Io non ho avuto nessuno ed è proprio questa esperienza a spingermi a sostenere gli altri”, sottolinea. E forse è anche questo sottile equilibrio fatto di relazioni e speranza a permettergli di andare avanti. Così tra lavoro, attese, telefonate e notti spesso insonni, Youssef continua a cercare di costruire il suo futuro. Un giorno alla volta.